Tendinopatia Achillea

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Il tendine di Achille prende il suo nome dal guerriero greco Achille, che fu immerso nel fiume Stige da sua madre Teti, rendendolo invulnerabile tranne che per l’area del suo tallone non immersa dal quale la madre lo afferrava.

Fu ferito a morte durante l’assedio di Troia, quando fu colpito nel suo tallone, la sua unica area vulnerabile, da una freccia sparata dal principe troiano Paride.

La maggior parte dei problemi relativi al tendine d’Achille può essere collegata ad un eccessivo svolgimento di attività ricreative.

La corsa è lo sport più comunemente imputato, ma il tendine di Achille si è rivelato suscettibile all’insorgenza di patologie anche in altri sport.

Il complesso gastrocnemio-soleo (meglio conosciuto come tricipite surale) è il più grande dei muscoli della gamba.

Il tricipite surale diventa poi tendine (cioè la porzione che si congiunge con l’osso), fino ad inserirsi sulla apofisi posteriore del calcagno (il tallone).

Al di sotto della giunzione muscolotendinea (il punto di passaggio tra muscolo e tendine), il tendine è racchiuso in un paratenonio (una sorta di cappotto che avvolge il tendine) di spessore variabile lungo tutto il suo corso, ma non esiste una vera guaina.

Esistono due tipi di tendinopatia del tendine d’Achille: inserzionale e non-inserzionale.

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La tendinopatia inserzionale

La tendinopatia inserzionale è caratterizzata da una deformità presente in età di accrescimento, nota come deformità di Haglund.

Si tratta di una esostosi presente sull’apofisi poteriore del calcagno, (il tallone), che determina uno sfregamento continuo del tendine che porta, nel tempo, all’insorgenza di dolore.

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La tendinopatia non-inserzionale

La tendinopatia non inserzionale, invece, ha una origine di tipo vascolare.

L’apporto vascolare al tendine giunge quindi dall’alto, dalla porzione muscolare e dal basso dal calcagno.

Esiste quindi una zona poco vascolarizzata che si estende tra i 2 e i 6 cm al di sopra dell’inserzione del tendine sul calcagno, che rende questa zona più vulnerabile a lesioni degenerative e può portare, nelle fasi avanzate, ad una rottura del tendine.

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Diagnosi

La diagnosi di tendinopatia del tendine di Achille è fondamentalmente clinica.

Lo specialista, semplicemente palpando la regione del tendine di Achille, e attraverso la descrizione delle caratteristiche del dolore da parte del paziente, è in grado di formulare una diagnosi di tendinopatia inserzionale o non inserzionale.

In alcuni casi le due patologie coesistono nello stesso paziente.

Una radiografia del piede in carico può essere utile per escludere patologie associate, e per evidenziare una esostosi al calcagno causa di una tendinopatia inserzionale.

Una risonanza magnetica (RM) risulta utile per determinare la presenza di una tendinopatia non inserzionale che può condurre, nelle fasi avanzate, ad una rottura del tendine d’Achille.

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Terapia

La tendinopatia achillea, sia inserzionale che non inserzionale, può essere curata nelle fasi iniziali con terapie fisiche (in particolare la Tecarterapia), esercizi specifici per il tendine (stretching e ginnastica eccentrica) e farmaci antinfiammatori.

Queste terapie sono efficaci sulla sintomatologia e non sulle cause della tendinopatia.

Per quanto concerne la tendinopatia non inserzionale, lo step successivo è rappresentato dalle terapie “biologiche” (in particolare Lipogems e terapia con cellule mononucleate), che sfruttando il potenziale rigenerativo delle cellule staminali multipotenti, presenti nel grasso e nel sangue del paziente stesso, sono in grado di determinare una rigenerazione del tessuto tendineo.

Le terapie biologiche possono essere associate o meno a procedure chirurgiche mininvasive (descritte per la prima volta dal collega Prof. Maffulli) che, attraverso quattro piccole incisioni in prossimità del tendine (inferiori al centimetro), ci permettono di controllare il dolore e migliorare la vascolarizzazione del tendine.

In caso, invece, di tendinopatia inserzionale non responsiva alle terapie conservative, la soluzione chirurgica consiste nell’asportazione dell’esostosi (o deformità di Haglund), che rappresenta la causa della tendinopatia stessa.

Valutata la necessità di procedere all’intervento, e una volta stabilita la data, si procederà ad un pre-ricovero, al fine di svolgere i consueti esami di routine e per il colloquio con l’anestesista.

Seguirà il ricovero: si entra in ospedale il giorno dell’intervento, per poi essere dimessi la sera stessa o il mattino successivo.

Dopo l’intervento, si viene generalmente dimessi con una semplice medicazione; si consiglia, inoltre, di astenersi dal carico sull’arto operato per 15 giorni.

Dal 15° giorno, una volta rimossi i punti di sutura, si inizieranno la fisioterapia e la ginnastica in acqua (Idrokinesiterapia), per recuperare la confidenza con il carico.

Il recupero del carico completo comincia gradualmente dalla quarta settimana, per poi concludersi nell’arco di 3/6 mesi.

Il ritorno al volante sarà concesso dopo 4 settimane una cauta e graduale ripresa della corsa su terreni regolari sarà generalmente possibile a 6-8 settimane dall’intervento; attività sportive ad elevata sollecitazione per la caviglia dopo 3-4 mesi.

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