Piede Piatto

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La sindrome pronatoria, o piede piatto, è una alterazione della forma e della funzione del piede molto comune.

La causa principale di questa deformità dipende dalla disfunzione di un tendine, il tibiale posteriore, che va incontro ad una perdita di funzione o, nei casi più avanzati, ad una rottura completa.

Il piede e la caviglia possono essere paragonati ad una marionetta.

Il “marionettista” è rappresentato dal sistema nervoso centrale e periferico, i fili sono rappresentati dai tendini.

Quando uno di questi tendini (c.d. tibiale posteriore) smette di funzionare correttamente il piede stesso smette di funzionare alla perfezione, causando una serie di alterazioni.

In particolare, il tallone, o calcagno, tende a deviare verso l’esterno (retropiede valgo), mentre l’arcata plantare e longitudinale appaiono alterate, determinando un aumento dell’impronta palmare sul terreno.

Non sempre la sindrome pronatoria è sinonimo di patologia.

Basti pensare che, ad esempio, il velocista pluripremiato Usain Bolt ed il campione australiano Ian Thorpe hanno un piede piatto.

La sindrome pronatoria diventa sintomatica, e quindi patologica, quando vengono a mancare i meccanismi di compenso, causando nel paziente dolore ed instabilità.

Per formulare una diagnosi è fondamentale una visita specialistica. Lo specialista, semplicemente osservando il paziente camminare a piedi nudi, è in grado di definire una diagnosi.

Per decidere il percorso terapeutico del paziente, il medico si avvale dell’ausilio di una radiografia del piede in carico.

Si tratta di un esame eseguito con il paziente in piedi, perché è in piedi che il piede lavora.

Risonanza magnetica (RM) e tomografia computerizzata (TC) sono indagini di secondo livello, utili in determinate situazioni ma che spesso forniscono al chirurgo meno informazioni rispetto alla radiografia, in quanto eseguite in clinostatismo (sdraiati).

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Approccio conservativo

La sindrome pronatoria asintomatica generalmente non si cura; questo principio vale sia per le terapie conservative che chirurgiche.

Il plantare aiuta il paziente sintomatico a trovare un compenso, ma non è in grado di garantire una correzione.

Agisce in pratica come un “tutore”, posizionato all’interno della scarpa per aiutare i tendini sofferenti a lavorare in maniera più fisiologica.

Nel paziente non candidabile alla chirurgia, o che rifiuti l’intervento chirurgico, l’uso dei plantari, associato a terapie fisiche (TecarTerapia, InterX), possono risultare efficaci nel controllare la sintomatologia.

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Chirurgia

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Esistono diversi tipi di intervento per la correzione della sindrome pronatoria.

Il compito del chirurgo è quello di individuare l’apice della deformità (il punto o i punti in cui il piede risulta non in asse) e i tendini patologici, in modo da programmare un riallineamento delle ossa (tramite osteotomie) , facendo in modo che i tendini sani vadano a coadiuvare il lavoro dei tendini malati (transfer tendinei).

Nei casi in cui le articolazioni coinvolte siano degenerate, il chirurgo programmerà una o più artrodesi, cioè la fusione di specifiche articolazioni, con lo scopo di ottenere un piede in asse, su cui il paziente può camminare senza dolore, con il sacrificio di una parte del movimento del piede.

Il decorso post-operatorio prevede uno stivaletto gessato realizzato in vetroresina, da indossare generalmente per 4 settimane, sul quale il paziente non appoggia il peso del corpo.

Il paziente resta ricoverato in ospedale generalmente per una o due notti.

Dopo circa 30 giorni dall’intervento viene rimosso lo stivaletto gessato, ed il paziente può tornare ad appoggiare il peso del corpo.

Dopo circa 45 giorni dall’intervento sarà possibile tornare a guidare autonomamente.

Il ritorno alle attività sportive sarà graduale, con il ritorno ad attività sportive a medio-basso impatto dopo circa 50 giorni ed il ritorno a sport da contatto dopo circa 90 giorni dall’intervento chirurgico.

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