Piede Cavo

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Il termine piede cavo descrive un piede con un arco longitudinale alto che mantiene la sua forma e non riesce ad appiattirsi con il carico.

Le alterazioni principali in un piede cavo sono rappresentate da un aumento del varismo del retropiede (il tallone è deviato e tende a “convergere” verso il piede controlaterale) e dell’adduzione dell’avampiede.

La deformità predominante nel piede cavo può essere nel retropiede, nell’avampiede o in una combinazione di entrambi; per una precisa definizione del piede cavo risulta fondamentale una visita specialistica ed una radiografia del piede in carico.

Sebbene l’eziologia specifica di qualsiasi piede cavo vari a seconda del processo patologico, tutte le forme derivano da uno squilibrio muscolare.

La maggior parte dei casi di piede cavo idiopatico (senza apparente causa), rappresenta probabilmente una lesione neurologica molto sottile che è al di sotto della rilevabilità clinica.

Circa la metà delle lesioni rilevabili sono varianti della malattia di Charcot-Marie-Tooth, ma è possibile scoprire anche una serie di altre condizioni meno comuni.

Non tutti i piedi cavi sono patologici.

Nella normale fisiologia del passo, il piede sano attraversa una prima fase in cui prona (diventa piatto) ed una fase successiva in cui supina (diventa cavo).

Il piede cavo, così come il piede piatto, diventa patologico solo quando diventa sintomatico.

I sintomi più comunemente riferiti dai pazienti sono rappresentati da un dolore lungo il decorso di due tendini, i peronieri, che scorrono in prossimità del perone, o in corrispondenza del retropiede.

Talvolta la sintomatologia descritta è legata alla instabilità, la sensazione che il piede e/o la caviglia “cedano”; altre volte i sintomi sono legati alle alterazioni delle dita del piede.

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Diagnosi

Per una precisa definizione del piede cavo risulta fondamentale una visita specialistica e una radiografia del piede in carico.

Spesso allo specialista di chirurgia del piede e della caviglia bastano pochi passi e l’osservazione dell’usura delle scarpe per effettuare la diagnosi.

Per pianificare l’intervento o il trattamento conservativo risulta di fondamentale importanza eseguire una radiografia del piede in carico.

Si tratta di un esame eseguito con il paziente in ortostatismo (cioè in piedi).

Risonanza magnetica (RM) e tomografia computerizzata (TC) sono indagini di secondo livello, utili in determinate situazioni ma che spesso forniscono al chirurgo meno informazioni rispetto alla radiografia, in quanto eseguite in clinostatismo (sdraiati), e che vengono eventualmente richieste in base alle necessità per valutare lo stato della cartilagine e dei tessuti molli (tendini e legamenti).

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Trattamento

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Molti casi di piede cavo rappresentano deformità stabili, o lentamente progressive, che sono gestite in modo appropriato, almeno inizialmente, con trattamenti conservativi, senza ricorrere alla chirurgia.

Un programma di stretching per mantenere il movimento è una componente importante della gestione conservativa, in particolare nei casi di origine neurologica.

Le ortesi sono un prezioso complemento al trattamento conservativo del piede cavo nelle fasi iniziali.

Quando la deformità risulta fissa, o quando i trattamenti conservativi falliscono, la soluzione è rappresentata dalla chirurgia.

Il trattamento chirurgico si basa sulla correzione delle deformità scheletriche tramite l’esecuzione di osteotomie, associate o meno a trasposizione dei tendini per bilanciare lo squilibro muscolare, causa delle alterazioni muscolo-scheletriche.

Questi trattamenti chirurgici possono essere associati anche a procedure di ricostruzione legamentose, nel caso in cui vi sia una instabilità legata ad una alterazione del legamenti della caviglia.

Nei casi in cui le articolazioni risultano gravemente compromesse, può risultare necessario sacrificare il movimento di alcune articolazioni con procedure di artrodesi (fusione di articolazioni), salvaguardando il movimento della caviglia ed ottenendo un passo fisiologico.

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Il ricovero

I moderni approcci anestesiologici (che abbiamo definito con i nostri anestesisti) consentono di ridurre significativamente il dolore nell’immediato post-operatorio, semplicemente prolungando l’anestesia dell’arto operato.

Il controllo del dolore è fondamentale per offrire un recupero più sereno e ridurre l’utilizzo dei farmaci.

Il paziente viene dimesso generalmente dopo una o due notti, quando il dolore è ben controllato ed i farmaci ridotti al minimo necessario.

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Il ritorno alle attività

Il ritorno alle attività quotidiane dipende da vari fattori, in particolare dall’età del paziente e dalla tipologia di intervento eseguito.

Generalmente, quando vengono eseguite osteotomie e transfer tendinei, il gesso viene rimosso a 4 settimane, consentendo un carico pressoché totale in questa fase.

Il paziente può tornare a guidare l’auto a 6 settimane dall’intervento e a praticare attività sportive a 3-4 mesi.

Nel caso in cui il paziente sia stato sottoposto ad una procedura di artrodesi, i tempi di recupero sono lievemente maggiori.

Per tutti i pazienti la riabilitazione al passo in acqua, o idrokinesiterapia, può aiutare il paziente a recuperare un passo fisiologico più rapidamente.

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