Alluce Rigido

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Il termine alluce rigido descrive una condizione dolorosa dell’alluce a livello dell’articolazione tra il metatarso e la falange, caratterizzata da un movimento limitato (principalmente la flessione dorsale) e dalla formazione di un osso (esostosi) sul dorso dell’articolazione, e non sulla porzione mediale come accade nell’alluce valgo.

I termini “alluce rigidus” (o rigido) ed “alluce limitus” sono usati in modo intercambiabile anche se, per alcuni, l’alluce limitus è caratterizzato da una diminuzione della dorsiflessione, mentre l’alluce rigidus si distingue per un’assenza di movimento.

Si tratta di una patologia che coinvolge spesso entrambi i piedi (in circa l’80% o più dei pazienti), anche se spesso la sintomatologia coinvolge prima l’arto dominante.

Si tratta della patologia del piede più frequente nel sesso maschile, e la seconda nel sesso femminile, dopo l’alluce valgo.

La causa dell’alluce rigido, così come quella dell’alluce limitus, non è stata ancora determinata, sebbene siano stati citati diversi fattori predisponenti.

La causa più comune citata è il trauma, che può verificarsi come un singolo episodio, come una frattura intra-articolare o una lesione da schiacciamento, ma l’alluce rigido può verificarsi anche con microtrauma ripetitivo.

La causa più probabile, in assenza di traumi, è correlabile ad una condizione nota come primo metatarso elevato, caratterizzata da un primo metatarso più elevato in relazione ai metatarsi minori.

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Alluce rigido: le patologie correlate

L’alluce rigido può essere associato ad altre condizioni, in particolare ad una sindrome pronatoria (o piede piatto) e ad una metatarsalgia biomeccanica.

Sebbene inizialmente l’alluce sia caratterizzato da dolore e comparsa di esostosi dorsale, la dorsiflessione limitata è il sintomo più frequente.

La dorsiflessione limitata si manifesta quando la caviglia è a 90°, come quando il paziente è in carico, mentre con la caviglia non a 90° il movimento dell’alluce risulta pressoché normale.

La limitata funzionalità dell’alluce porta ad un maggior lavoro (un “sovraccarico funzionale“) delle altre dita, associata alla comparsa, appunto, di una metatarsalgia biomeccanica e di una griffe delle dita.

Il paziente tende ad appoggiare sul bordo esterno del piede e, in alcuni pazienti, il V dito tende a “sottoporsi” al IV dito, creando una condizione clinica definita bunionette o “piede del sarto”, caratterizzata da una esostosi sul margine laterale del V dito tipica dei sarti che erano soliti – lavorando seduti per terra con le gambe incrociate – appoggiare i piedi sul bordo esterno, favorendo la comparsa di questo sovraccarico.

Spesso il paziente non si accorge neanche della limitata dorsiflessione dell’alluce, ma si presenta nell’ambulatorio lamentando metatarsalgia o una deformità a carico del II, III, IV o V dito.

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Alluce rigido: visita specialistica

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L’alluce rigido diventa sintomatico, e quindi patologico, quando vengono a mancare i meccanismi di compenso, causando nel paziente dolore.

Per formulare una diagnosi è fondamentale una visita specialistica.

Lo specialista, semplicemente osservando il paziente camminare a piedi nudi, e constatando la presenza e la distribuzione delle ipercheratosi (i comuni calli), è in grado di giungere ad una diagnosi.

Per decidere il percorso terapeutico del paziente, il medico si avvale dell’ausilio di una radiografia del piede in carico.

Si tratta di un esame eseguito con il paziente in piedi, perché è in piedi che il piede lavora ed è in piedi che si manifesta la patologia.

Ecografia, Risonanza magnetica (RM) e tomografia computerizzata (TC) sono indagini di secondo livello, utili in determinate situazioni, ma che spesso forniscono al chirurgo meno informazioni rispetto alla radiografia, in quanto eseguite in clinostatismo (sdraiati).

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Terapia conservativa per l’alluce rigido

La gestione conservativa dell’alluce rigido sintomatico dipende dai sintomi del paziente e dall’entità del processo.

Nelle fasi precoci, l’uso di un plantare può migliorare la sintomatologia dolorosa, in particolare se il sintomo principale è la metatarsalgia.

Tuttavia, anche il plantare non è esente da complicanze, legate in particolare allo spessore del plantare che può peggiorare il conflitto dell’esostosi dorsale e delle dita in griffe con la tomaia della scarpa.

Nei casi in cui il plantare non sia indicato, o il paziente lamenti dolore nonostante l’uso del plantare, l’intervento chirurgico rappresenta una soluzione affidabile.

Attualmente le tecniche chirurgiche hanno subìto una importante evoluzione rispetto al passato, a partire dall’anestesia e dal controllo del dolore post-operatorio.

L’anestesia spinale e l’anestesia generale hanno lasciato il posto ad una anestesia periferica.

Attraverso una puntura eseguita dietro il ginocchio, viene anestetizzata solo la parte compresa tra il ginocchio ed il piede.

Viene quindi associata una sedazione che, eliminando i rischi della anestesia generale, consente al paziente di non avvertire ansia e, spesso, di risvegliarsi direttamente alla fine dell’atto chirurgico.

Le tecniche chirurgiche attualmente disponibili si dividono in:

  • tecnica mininvasiva;
  • tecnica BOAT (best of all techniques);
  • tecniche miste.

La scelta della tecnica più adeguata sarà effettuata dal chirurgo e dal paziente, durante la visita specialistica.

L’intervento viene eseguito generalmente in day surgery. Il paziente entra in ospedale al mattino e torna a casa la sera stessa.

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Ritorno alle attività

Dal giorno successivo all’intervento, quando la sensibilità è completamente recuperata, il paziente può camminare appoggiando completamente il piede, indossando una scarpa post-operatoria piana specifica per questo tipo di chirurgia.

Il primo controllo viene effettuato a 15 giorni circa dall’intervento chirurgico.

Durante questo controllo vengono rimossi i punti di sutura ed eseguito un secondo bendaggio.

A 4 settimane circa dall’intervento viene eseguito un secondo controllo, durante il quale vengono rimossi tutti i bendaggi ed il paziente può tornare a caricare senza alcun ausilio indossando un paio di scarpe comode.

In questa fase il paziente può tornare a guidare. Il completo recupero avviene generalmente a 2/3 mesi di distanza dall’intervento chirurgico.

Il paziente può tornare a praticare attività sportive da contatto a 3-4 mesi.

La riabilitazione al passo in acqua o idrokinesiterapia, può aiutare il paziente a recuperare più rapidamente.

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